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L'ARTE FIGURATIVA
La tradizione narrativa schematica dell'arte hallstattiana lascia solo
tracce isolate in quella dell'epoca di La Tene, che tratta l'animale e
l'uomo come decorazioni o motivi decorativi: come anche nell'arte
etrusca, le statuette animali fungono da anse per recipienti di lusso (Oinochoe
di Basse-Yutz, Mosella, principio del IV secolo a.C). In generale, la
protome animale o il volto umano, rappresentato frontalmente e detto
"maschera", partecipano come ornamenti alla composizione decorativa
d'insieme: ne esistono anche modelli greco-etruschi. Ma la stilizzazione
della maschera celtica, circondata di foglie cha accentuano il nimbo
delle antefisse mediterranee, subisce l'assimilazione del suo ambiente
vegetale (Lastra di Weskirchen, Sarre, principio del IV secolo a.C), e
questa stilizzazione raggiunge una tale autonomia da ritrovarsi perfino
nella statuaria, come nel caso della Testa bifronte di Heidelberg (Bade-Wurtemberg,
stesso periodo). Altre composizioni mescolano le maschere, o a volte
sorte di busti, a figure di animali veri stilizzati o di animali
fantastici, come i grifoni del repertorio orientaleggiante mediterraneo:
tali combinazioni appaiono con frequenza sulle fibule, le torques e i
bracciali del primo stile celtico. Le maschere continuano ad essere
frequenti nello stile vegetale continuo, che fa dell'arabesco del naso e
delle sopracciglia una parte degli intrecci o dei viticci. Nello stile
plastico si affermano intenti umoristici, con maschere che fanno smorfie
e strizzano l'occhio, come su un anello passaguida nello Champagne. Nel
I secolo a.C., piccole teste umane sormontano le impugnature di spade
antropomorfe e, a forza di ripetersi, la maschera finisce per costituire
la totalità della decorazione (come sulle Falere d'argento di Manerbio,
Lombardia). La continuità della tradizione è evidente, così come è
evidente che la raffigurazione plastica del vero corpo umano resta
sistematicamente esclusa da tutte queste opere profane.
Quanto alla statuaria, essa è rimasta, presso i celti, un privilegio
dell'arte sacra. È quanto mostra anche, nel repertorio decorativo,
l'eccezionale testimonianza narrativa del Calderone di Gundestrup
(Danimarca, Jutland, I secolo a.C.?), su cui sono rappresentati con
intenti rituali animali, dei e una processione di guerrieri
partecipanti, a quanto pare, a una cerimonia rituale di eroicizzazione.
Lo stile di quest'opera, schematica ma ricca di dettagli realistici,
rivela influenze italiche e romane. È altrettanto verosimile che i
divieti legati all'uso sacro della riproduzione del corpo umano
spieghino perché l'arte celtica, sebbene affascinata dalla maschera, non
abbia mai prodotto alcun ritratto.
LA STATUARIA
MONUMENTALE DELLA GALLIA MERIDIONALE
Questo particolare aspetto dell'arte figurativa celtica si sviluppa
senza dubbio a partire dalla fine del IV secolo a.C. nella regione
celtico-ligure, dove antiche e più vigorose sono le influenze
mediterranee. La statuaria è legata a pratiche di eroicizzazione
funeraria (Guerrieri di Santa Anastasia e di Grézan, Gard) o ai culti
celebrati in santuari monumentali presso popolazioni la cui civiltà è
essa stessa sulla via dell'urbanizzazione sul modello mediterraneo
classico. Molteplici influenze ne spiegano l'origine: agli apporti
celtici vanno aggiunte antiche tradizioni, che risalgono agli xoana
ionici, e modelli più recenti, iberici e italici.
Si tratta di una statuaria in pietra, che ha prodotto rappresentazioni
di animali simbolici o sacri, e soprattutto un'iconografia
antropomorfica, quasi esclusivamente maschile, di eroi, divinità e teste
tagliate, queste ultime appartenenti a un rituale frequente nella
celebrazione dei trionfi o dei culti celtici. Lo stile di queste opere,
naturalista in senso lato, è tuttavia assai complesso. Un certo numero
di particolari anatomici e dell'abbigliamento ce lo rivela realista; ma
esso presenta altresì una schematizzazione a carattere rituale (che
deforma i torsi in triangoli e può allungarli senza curarsi delle
proporzioni) e un'idealizzazione ieratica, anch'essa rituale, che regola
le posizioni (assenza di movimento e rigidità, posa "maestosa" dello
scriba o del tagliapietre) e immobilizza i tratti del viso, privo di
qualunque sentimento, sofferenza o passione.
Quest'arte, circoscritta a un'area geografica limitata (il Gard e le
Bocche del Rodano, con i santuari di Nages, Glanum, Entremont e
Roquepertuse), ebbe tuttavia uno sviluppo parallelo nella regione
celtica continentale fra il I secolo a.C. e il I secolo della nostra
era, come mostrano una statuetta in calcare recentemente scoperta a
Saint-Marcel d'Argenton (Indre) e una in Bronzo, dai lineamenti
classicheggianti, scoperta a Bouray (Essonne), che rappresentano
divinità sedute nella posa dei tagliapietre.
L'ARTE DELLE MONETE
CELTICHE
A partire dalle prime emissioni (III secolo a.C.), e in diverse epoche
successive, la monetazione celtica ha imitato le monete mediterranee,
riprendendo da esse non solo le caratteristiche metrologiche ma anche
l'iconografia. Quest'ultima, perdendo il suo significato più proprio,
poteva allora stimolare l'immaginazione degli incaricati di realizzare i
conii. Le monete più imitate furono lo statere d'oro di Filippo II di
Macedonia (in Francia, a sud della Senna e della Marna), quello di
Taranto (imitato a nord della Senna e della Marna) e la dracma
marsigliese (imitata nell' Italia settentrionale, a nord del Po, i
galli, insubri e cenomani). Dopo una fase iniziale di imitazione fedele,
le interpretaziomi danno prova di una crescente libertà. Le
acconciature, i diademi e i profili di teste divine sul dritto delle
monete greche danno allora vita a composizioni di linee e rilievi nelle
quali, nel I secolo a.C, il volto finisce col perdere la sua identità
umana. Lo stesso avviene con il rovescio. Il leone in marcia della
dracma marsigliese si trasforma in una sorta di scorpione, in un
grafismo esuberante di punti, linee e curve; il tiro del carro degli
stateri diventa un cavallo dal corpo ondeggiante in spire, con zampe
dalle articolazioni sferiche lanciate in un galoppo irreale.
Questa evoluzione delle monete celtiche è opposta a quella delle monete
mediterranee, sulle quali gli incisori sono passati dai tipi divini al
ritratto degli uomini politici da cui era stata commissionata
l'emissione. Ma il ritratto è estraneo all'arte celtica: anche gli
stateri di Vercingetorige, il cui dritto riporta il nome del condottiero
di Arvernia come sorta di didascalia a quella che dovrebbe essere la sua
effigie, riproducono soltanto l'immagine stilizzata di una testa
giovanile.
L'ARCHITETTURA
CELTICA
I celti vengono spesso considerati solamente abili costruttori di vaste
e funzionali capanne. In campo architettonico, tuttavia, sono noti fin
dall'antichità per la capacità di edificare, attorno ai loro centri
abitati, monumentali cinte murarie in grado di resistere a incendi,
scalzature e colpi di ariete, e il cui aspetto non era privo di una
certa bellezza. Cesare, che non sempre riuscì a prenderle d'assalto, le
ha descritte nel De Bello Gallico (VII, 23), e il nome di murus gallicus
è stato loro conferito per distinguere la loro tecnica di costruzione,
di cui gli scavi attestano numerose varianti. Questo muro gallico era un
bastione dello spessore di 4-5 metri, formato da una scarpata di terra
compatta lastricata di pietre ed armata internamente da una travatura
ortogonale di tronchi d'albero, tenuti insieme da chiodi di ferro e le
cui estremità apparivano a quinconce sul lato esterno. La tradizione di
queste cinte risaliva ai bastioni a cassettoni di legno, conosciuti fin
dall'età del bronzo (Moulins-sur-Céphons, Indre). A Heunburg (Wurten-berg)
si trovano ancora i resti di una cinta edificata in mattoni crudi su
zoccolo di pietra (VI secolo a.C), come se ne incontrano in Grecia e in
Sicilia. Ma si tratta di una testimonianza eccezionale, e questa tecnica
mediterranea, inadatta al clima, non ha mai soppiantato la tecnica
tradizionale dei bastioni celtici.
LA POSTERITÀ
DELL'ARTE CELTICA
Pur ispirandosi molto ai modelli mediterranei, l'arte celtica si è
sempre sviluppata secondo una linea originale, tesa apparentemente
all'astrazione e alla metamorfosi. Queste tendenze hanno persistito a
lungo nell'arte dell'Europa occidentale, nella Gallia romana, presso le
popolazioni celtiche insulari e fino all'arte medievale. Questa
panoramica di trenta millenni di creazione artistica rivela, malgrado la
diversità delle epoche e l'ampiezza del campo di osservazione, un
fenomeno che, proprio per la sua costanza, va considerato significativo:
l'arte figurativa antropomorfa rimane molto meno frequente di quella a
soggetto animale e della decorazione geometrica o vegetale. Inoltre,
quando l'essere umano viene preso come soggetto della rappresentazione,
la sua immagine sembra quasi un abbozzo della creatura vivente, della
sua anatomia e del sottofondo spirituale che da un senso ai suoi
atteggiamenti e alle espressioni del suo volto. Le veneri paleolitiche
simboleggiano un'idea, senza dubbio quella della fecondità femminile; i
personaggi delle incisioni rupestri e dei bronzi votivi sono stilizzati,
oppure fissati in una posa simbolica, o semplicemente gesticolanti, per
indicare ritualmente la loro partecipazione a un'attività cerimoniale
che trascende l'uomo. La statuaria funebre iberica spersonalizza i suoi
ritratti idealizzandoli; la statuaria sacra celtico-ligure ieratizza i
suoi dei ed eroi spogliandoli di sentimento. Da un'arte simile deriva,
sotto forme diverse, l'idea di una civiltà dove l'uomo non costituisce
ancora il punto in cui vengono a convergere le conquiste della
conoscenza, dell'abilità tecnica e della saggezza, contrariamente a
quanto avviene nelle civiltà mediterranee classiche, umanistiche per
eccellenza, ai cui occhi l'Europa occidentale era rimasta un mondo
barbarico che spaventava la loro mentalità. Ma un giudizio di questo
tipo è oggi privo di senso. La cultura moderna, il cui umanesimo più
attento alla storia è affascinato dal divenire delle civiltà, non deve
più attendere la riabilitazione dell'arte preistorica e protostorica per
scoprire in essa altre forme dell'immaginario e una diversità di
esperienze, sempre però legate a quelle con le quali essa stessa
continua a interrogare il suo destino.
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